Federica ed il suo volontariato in Spagna

Partita il 11 gennaio 2019 per Malaga, Spagna Federica
Nome: Federica
Periodo SVE: 11 gennaio 2019 – 30 giugno 2019 (6 mesi)
Paese di accoglienza: Spagna
Ente di accoglienza: PIC no: 918836478
Organizzazione:  IES PABLO PICASSO

Federica è partita ad inizio gennaio 2019 per la Spagna, esattamente presso l’associazione Ies Pablo Picasso. Nei suoi 6 mesi di volontariato Federica supporterà l’associazione nelle seguenti attività:
– supporto alla comunità scolastica in relazione al programma Erasmus+ e in particolare al CES
– progettazione di attività per promuovere il senso di appartenenza all’Unione europea: mostre, conferenze, incontri informali con gli studenti.
– esercizio della lingua inglese in un “club di cultura”, dopo l’orario scolastico.
– organizzazione di una “Settimana della cultura europea” per condividere la propria cultura e lingua, comprese le informazioni su altri paesi europei.
– promozione delle attività attraverso i social media e la creazione di video.
– supporto alle attività dell’ente (educazione alla pace, parità di genere, protezione ambientale, cinema e scacchi.

———————————————–

Ciao! Mi chiamo Federica e sono appena tornata da un volontariato di sei mesi a Malaga, in Spagna. Adesso vi racconterò la mia esperienza.

L’idea di partire per il volontariato europeo mi è venuta quando, a novembre, appena laureata in triennale e in piena crisi esistenziale sul cosa fare dopo (e anche un po’ traumatizzata dall’idea di dover scrivere presto un’altra tesi, lo ammetto), decisi di sfruttare quei mesi che mi restavano prima del successivo anno accademico per continuare a viaggiare e a migliorare il mio livello linguistico. Il progetto a Malaga, invece, arrivò un po’ per caso. Sapevo già di voler restare nell’area del Mediterraneo (casa dolce casa) e, se possibile, di voler andare in un paese di cui conoscessi la lingua, per poter partecipare alla vita sociale e culturale della mia città ospite. Fallito il tentativo di andare in Grecia, mi orientai su progetti nel sud della Spagna, nella mia amata Andalusia. Per fortuna, o coincidenza, o casualità, o forse, per certi versi, sfortuna, un’amica spagnola, conosciuta l’anno scorso durante il mio Erasmus a Malaga, mi mandò il link di un progetto proprio a Malaga, un’occasione perfetta per tornare laggiù. Mi iscrissi al progetto con qualche speranza; poi feci il colloquio e le speranze si spensero una ad una. Era stato disastroso. O forse non troppo, dato che, sorpresa, una settimana dopo mi arrivò una e-mail secondo cui ero stata presa! Sarei tornata a Malaga da gennaio a giugno per “lavorare” in un liceo.

Prima di raccontarvi com’è andato il volontariato, però, è bene fare delle premesse. Sapevo, fin dall’inizio, che insegnare e lavorare in una scuola non è mai stato il mio sogno e che stare a contatto costante con adolescenti non sarebbe stato facile; anzi, mi faceva proprio paura la sola idea. Tuttavia, avendo studiato lingue e traduzione, ero anche consapevole del fatto che l’insegnamento potrebbe essere una delle mie strade nel mondo lavorativo, anche solo come ultima risorsa, quindi non volevo escluderlo a priori.

Sono arrivata nella mia gelida casa di Malaga la notte d’inverno dell’11 gennaio. Gelida non perché la città fosse particolarmente più fredda di Palermo, bensì perché, a differenza dei miei concittadini, i malagueñossi sono intestarditi che il riscaldamento a casa non serve. Almeno non se l’appartamento lo affitti a dei poveri volontari squattrinati. Ad ogni modo, l’inverno di Malaga non è poi così lungo e, come si suol dire, ciò che non ti uccide ti fortifica (ma grazie alla nostra tutor e alle stufette che ci ha regalato). Le prime settimane del progetto sono andate alla grande. Ho superato la paura degli adolescenti, l’intero staff della scuola ha accolto me e la mia collega (e coinquilina) fin da subito con rispetto e affetto e la scuola si presentava già molto attiva, con un calendario pieno di eventi e di temi interessanti da trattare durante il semestre. Il lavoro non mancava, tra l’assistenza linguistica in classe, il blog, gli articoli da scrivere e tradurre, l’organizzazione di feste e celebrazioni. Anche in casa il clima era ottimo. Con la mia coinquilina e il mio coinquilino il rapporto era stato sorprendentemente buono fin dal primo giorno e avevamo già una comitiva con altre quattro ragazze, volontarie anche loro. Tutto a gonfie vele.

Non saprei dire esattamente quando la situazione sia iniziata a precipitare, ma mi viene in mente l’arrivo del tanto agognato Wi-Fi, dopo un mese di convivenza. I miei coinquilini per primi hanno iniziato a rinchiudersi nel loro mondo fatto di Netflix e videogiochi mentre, lentamente, io iniziavo a rendermi conto di tutto quello che non andava: i ritardi, i piatti sporchi, la sporcizia e il menefreghismo nella gestione della casa… Prima che iniziassero i problemi veri e propri, abbiamo avuto la fortuna di andare a Jaén per il primo corso di formazione dove, per qualche giorno, abbiamo potuto prenderci una vacanza gli uni dagli altri. Quei cinque giorni, così come i quattro del secondo corso di formazione, sono stati tra i migliori della mia esperienza di volontariato. È stato bellissimo, interessante e costruttivo poter conoscere persone da tutto il mondo, con culture e abitudini diverse e impegnate in progetti inimmaginabili per me che lavoravo in un liceo di periferia. Ma i problemi non si risolvono scappando via. Così, tornati a casa, le cose erano quelle di sempre e probabilmente la stanchezza, accumulata durante un aprile particolarmente impegnato per me, non ha aiutato. Un giorno, dopo le vacanze di Pasqua, sono esplosa e abbiamo discusso. La gestione della casa è migliorata di poco, mentre con la mia coinquilina è iniziato un lento processo di salvataggio del salvabile: abbiamo rimesso insieme i pezzi sufficienti ad avere un rapporto civile, dato che oltre a convivere lavoravamo anche insieme sei ore al giorno. Il mio coinquilino, invece, ha smesso di parlarmi. Avremo scambiato sì e no venti parole negli ultimi due mesi di convivenza. Poco male. Purtroppo, però, ho anche perso il resto della comitiva.

Mentre la situazione a casa andava a rotoli, a scuola le cose avevano alti e bassi. L’ambiente di lavoro era ancora molto accogliente e con alcuni professori ho stretto rapporti di amicizia, ma avevo perso l’entusiasmo dell’esperienza nuova. Se già in partenza insegnare non mi piaceva particolarmente, figuratevi farlo con l’umore che avevo in quel periodo per via dei miei coinquilini. Ci sono state cose positive e anche belle, per carità, come vari laboratori e presentazioni che abbiamo preparato e che hanno avuto successo tra gli studenti. Ma per ogni studente che mi sorprendesse piacevolmente, ce n’era almeno un altro che mi deludeva o lasciava indifferente. Uno degli ultimi giorni a scuola, quando abbiamo deciso di organizzare una battaglia d’acqua, è stato un disastro. Penso che anche durante questa seconda parte del volontariato, i miei momenti migliori siano stati quelli del corso di formazione. Ho avuto la possibilità di rivedere amici con cui ero in contatto dal primo corso e di farne di nuovi. Ho potuto partecipare a conversazioni interessanti su temi che mi stanno molto a cuore, ma anche condividere le esperienze negative delle settimane precedenti e rendermi conto di non essere da sola con i miei problemi. Mi sento ancora molto grata per quei quattro giorni.

Adesso sono a casa da un paio di settimane e sono felice di essere andata via da Malaga. Da un lato mi mancano le mie amiche e i colleghi, ma dall’altro ero sfinita da tutti gli avvenimenti di quei sei mesi. Mi sono resa conto di aver forse sbagliato a scegliere un progetto che non mi convincesse al cento per cento, e forse se avessi reagito diversamente la convivenza non sarebbe stata così atroce. Tuttavia il passato è passato e non mi resta che imparare dai miei errori.

Ma non ho condiviso la mia esperienza per buttarvi giù né per farvi ripensare sulla vostra idea di fare il volontariato europeo. Lungi da me! Le mie esperienze in trasferta finora erano state più che positive, le ripeterei senza pensarci due volte. Eppure è importante che mi sia resa conto che non tutto è sempre rose e fiori e che convivere e adattarsi non sempre è facile (soprattutto tra persone provenienti da culture diverse). Nonostante i lati negativi, ho imparato molto da questa esperienza e dai miei errori e sono sicura che questa consapevolezza mi tornerà utile in futuro. Ho anche conosciuto persone fantastiche e creato ricordi inestimabili, che custodisco con affetto e che staranno sempre con me.

Quindi se vi state ancora chiedendo se fare o meno il volontariato europeo, il mio consiglio è: PARTITE! Non preoccupatevi della distanza, del cibo, del freddo, della lingua: non sarete soli o sole. Ci sarà una comunità di altri volontari, ex volontari o futuri volontari pronti ad accogliervi e, perché no, potete anche integrarvi nella comunità locale. Sarà un’esperienza indimenticabile, fidatevi. AD MAIORA!

Federica