Adattamento e differenze culturali: Alexandra dalla Francia

Partita il 2 settembre 2019 per Attigny, Francia
Nome: Alexandra
Periodo: 2 settembre 2019 – 2 luglio 2020 (10 mesi)
Paese di accoglienza: Francia
Ente di accoglienza: PIC: 940222941
Organizzazione:  Foyer La Baraudelle

La nostra Alexandra è partita il 2 settembre per un progetto di volontariato europeo della durata di 10 mesi denominato “Jeunes et Solidaires / Youth and Cohesive” che si svolgerà ad Attigny, in un’area rurale del nord est della Francia.
Alexandra sarà impiegata presso l’organizzazione Foyer La Baraudelle, un centro diurno e un alloggio specializzato per persone che soffrono di disabilità fisiche o cerebrali. Qui supporterà il pool pedagogico dell’organizzazione nella gestione delle attività quotidiane e di laboratori specifici; avrà un ruolo di accompagnatrice e di ascolto per le persone disabili che risiedono nel centro; favorirà la socializzazione delle persone con disabilità che si trovano in situazioni di esclusione e le accompagnerà in un percorso di integrazione sociale. La volontaria avrà anche l’opportunità di proporre e attuare iniziative basate sulle sue capacità e sui suoi interessi.

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Report I – ottobre 2019
Ciao a tutti!
Mi chiamo Alexandra Coppola e sono partita da circa un mese e mezzo da Trieste per lavorare in un centro per disabili in Francia.
Ho scelto di fare questa esperienza per diverse ragioni. La prima è che dopo cinque anni di liceo mi sentivo talmente stufa di studiare che sapevo che se ritornassi immediatamente sui libri, in questo caso all’università, avrei odiato qualsiasi facoltà.
La seconda ragione è che non ero estremamente sicura sulla mia scelta universitaria. Volevo quindi provare una esperienza in un campo che non conoscevo affatto, per testare le mie decisioni per la mia vita futura.
A queste due ragioni se ne aggiungono moltissime altre che ora non mi metto a scrivere.
Dunque sono partita. Prima di partire non avevo molta paura, ho sempre viaggiato molto, pure sola, ho già vissuto lontano da casa, quindi partire per me era già una cosa normale… La paura mi è salita quando mi sono trovata sola sul treno nel quale ero l’unica persona a non parlare il francese, l’unica a non poter comunicare… Se stessi viaggiano per una settimana in Francia non ci farei caso, ma no, non era affatto così. L’ansia di non riuscire a comunicare sul luogo di lavoro o con le persone con le quali avrei vissuto per un anno mi ha colpito talmente forte che ho dovuto mettere le cuffie per coprire tutti questi strani suoni che le persone che avevo attorno emettevano.
Questa paura mi ha seguita ancora per i primi giorni di lavoro, finché non ho capito che sì, avrei avuto molta difficoltà all’inizio, ma che con poco tempo il problema si sarebbe risolto. Ora dopo un mese e mezzo (in un francese che grammaticalmente è orribile) riesco a comunicare quasi tutto quello che voglio dire senza tirare fuori google traduttore.
Come ho fatto? Costringendomi a parlare, e parlare, e parlare, senza preoccuparmi degli errori inevitabili che avrei commesso. Poi molte volte invento le parole, ci penso in italiano e cambio la desinenza; sembra strano ma funziona 80% delle volte.
A lavoro mi sto divertendo veramente tanto. Per un momento mi sembrava di essere finita in un manicomio… la gente che mi trovo attorno è giusto un po’ folle, però in una buona maniera. Poi i disabili sono veramente dolci e affettuosi, sono come delle persone normali che non hanno barriere, che non esitano a dire niente. A volte ciò comporta che ti trovi due che si urlano contro, altre volte significa che ti ritrovi con una persona che ti chiede ripetutamente “fai la pipi fuori?”
Il mio lavoro consiste nell’aiutare i disabili nelle loro attività giornaliere. Ogni giorno la mattina e il pomeriggio gli animatori organizzano delle attività come creare delle piccole decorazioni natalizie, creare fumetti, parlare alla radio, pitturare, cucinare, dare da mangiare agli animali (abbiamo una fattoria), passeggiare…
Dato che non hanno sempre bisogno di aiuto mi posso a volte trovare con le mani in mano. Per non trovarmi in questa situazione ho deciso di proporre qualche progettino da fare io stessa. Per esempio ho creato un astronave per lo spettacolo teatrale di Tintin, poi una ragazza che si chiama Wendy ed io abbiamo creato tre pom pom bianchi che abbiamo incollato e decorato per fare un pupazzo di neve. Sono piccole cose mi hanno lasciata con molta soddisfazione.
Questo è tutto per oggi
A presto,
Alexandra

Report II – gennaio 2020
Ciao!
Oggi voglio parlare di adattamento e differenze culturali. Come ieri ha notato una mia nuova amica, pure lei italiana, che è in Erasmus a Reims, il vero choc è che non ce ne sono di grosse differenze. In generale mangiamo le stesse cose (l’escargot non lo troverete regolarmente), guardiamo le stesse serie tv (Grey’s Anatomy regna qui a lavoro), ascoltiamo la stessa musica spagnola e americana. Molti dei valori che prima pensavo fossero italiani, ora ritrovo pure nei francesi. Pure la burocrazia è la stessa fregatura alla quale è impossibile scampare.
Una differenza però che ho notato è che i francesi sono estremamente patriottici, al punto che alcuni dicono di non vedere il senso nel viaggiare al di fuori del paese, “tanto in Francia c’è tutto”; al punto che non sanno praticamente niente di geografia.
In più, con il fatto che i francesi non conoscono altra lingua che il francese (posso assicurarvi che lo stereotipo è vero, pure per i liceali) non hanno nemmeno la possibilità di viaggiare. Infatti la maggior parte limita i suoi viaggi a Svizzera, Belgio, Lussemburgo e Canada.
Pure i francesi si lamentano del proprio governo, però sono parecchio ottimisti nelle potenzialità del proprio paese e molti pensano che sia “il migliore paese al mondo”. Non direi che gli italiani siano pessimisti, però ce ne sono di persone convinte che l’Italia sia irrimediabilmente a pezzi e che la vita negli altri paesi europei sia migliore.
Questo ottimismo francese per altri aspetti lo trovo positivo. A Natale hanno fatto degli scioperi che hanno completamente bloccato Parigi e creato caos in tutto il paese. Erano talmente ben organizzati che hanno ottenuto ciò che volevano -continuare ad andare in pensione a 62 anni. In Italia avremmo dato per scontato che la protesta non sarebbe stata ascoltata dal governo e non saremmo scesi in piazza.
A parte queste differenze, ciò che ho trovato veramente disorientante è stato passare dalla vita cittadina a quella campagnola. Non avevo mai notato quando ero a Trieste come fossi sempre di fretta per uscire con gli amici, sempre di fretta per andare ad una festa, sempre di fretta per non perdere un momento.
Quando sono arrivata qua dopo un paio di settimane questa ansia è sparita e mi sono sentita persa nella sua assenza. Per la prima volta nella mia vita avevo ore e ore di tempo a disposizione da riempire -ma con cosa? Come?
Dato che abitiamo giusto un po’ in mezzo al nulla, non esco più la sera di settimana, invece vedo il gruppo ristretto di amici che ho a Reims (40 minuti di strada, facilmente accessibile per treno o con la macchina dell’associazione che abbiamo a disposizione) il weekend. Qua ad Attigny non ci sono caffè carini ai quali sedersi per ore, il cinema è lontano, non posso un pomeriggio a caso decidere di uscire e fare shopping. Non ci sono eventi ai quali andare, non ci sono serate organizzate.
Qualcuno vedrebbe questa realtà come noiosa, e in effetti le prime settimane mi sono chiesta più volte “e ora?”, “che faccio?”. Quindi invece di uscire per andare al bar esco per fare una passeggiata tra i campi (quando non piove). Invece di andare al cinema mi piazzo sul divano con un libro in mano. In questa maniera spendo pochissimo di settimana e ciò comporta che posso viaggiare molto.
Rispetto a prima ho tempo per sperimentare in cucina, tempo per andare a correre, tempo per pensare a nuove cose che mi piacerebbe scoprire.
Sento finalmente di avere il tempo per lavorare su me stessa, per conoscermi, e per esplorare.
Pure a lavoro sono tutti rilassati, incominciamo alle 9:30, ma c’è chi arriva dieci minuti in anticipo e c’è chi arriva dieci in ritardo; ma quest’ultimo non è visto come un ritardo, perché tanto è una quantità di tempo insignificante.
Dovremmo iniziare le attività alle 10, e c’è n’è di gente che è nel proprio laboratorio con i residenti (li chiamiamo cosi per non dire disabili) alle 10, ma una buona parte della gente è ancora nella sala caffè a chiacchierare con colleghi e residenti fino alle 10:20. La prima settimana ciò mi turbava, ma poi ho iniziato ad apprezzare il fatto che se stai avendo una conversazione interessante con qualcuno, non ha senso interromperla solamente per essere in orario, specialmente in un posto dove non cambia niente se si comincia e finisce in ritardo.
Per farvi capire quanto abito in mezzo al nulla, un giorno per scherzare ho detto che ci sono più mucche che persone qui nell’area, e così ho scoperto che davvero ce ne sono di più.
La storia più accattivante di cui tutti parlavano per due settimane era di Magritte, la nostra vacca, che un bel sabato pomeriggio ha deciso che ne aveva abbastanza de La Baraudelle, ha trovato un’apertura nel recinto ed è partita. Si è immessa nel traffico di Attigny e passando per il centro del villaggio ha attratto molti sguardi di persone che giorni dopo ci hanno puntato la direzione nella quale era partita. Il martedì seguente abbiamo scoperto che aveva camminato dieci chilometri prima di scegliere un gruppo di mucche e pascolare assieme a loro.
Così ho scoperto che le vacche sono animali sociali che hanno bisogno di vivere in gruppo. Povera Magritte…
Infine, sono contenta di abitare in campagna, circondata da francesi ultra-nazionalisti? Direi di si.